Lipsia, 22 maggio 1813 – Venezia, 13 febbraio 1883

Richard Wagner

Scrivere una biografia concisa di uno dei Grandi della musica, quale fu Riccardo Wagner, fa il paio con il tentativo di racchiudere Verdi in una manciata di capoversi. Entrambe le personalità debordano per di più così magnificamente dal contesto strettamente musicale (pur costituendone, in modi differenti, delle pietre miliari), invadendo la cultura, la letteratura, il costume, l’etica e la politica, che par di dover quadrare ad ogni costo, ma assai poco intelligentemente, un cerchio perfetto. Ciò premesso, Wagner, figlio legittimo di un funzionario, o figlio naturale di un attore ebreo, mostra, sin dalla fanciullezza, di essere già potentemente animato dal Sacro Fuoco; rimase a lungo incerto però su quale direzione impartire ad esso (pittura? scultura? teatro?) sinché – sedicenne – non ascoltò il Fidelio di Beethoven: decise allora per la musica, e ne bruciò, in breve, le tappe della formazione, diventandone uno dei massimi rappresentanti. Assai più di quella verdiana, quasi tutta la vicenda umana e musicale di Wagner, almeno sino ai cinquant’anni, è costellata da periodi di grandi capovolgimenti: sofferenza e incertezza, sia economica che esistenziale, si alternano a polemiche durissime e successi più che trionfali, con schiere di ammiratori, e detrattori, entrambi assoluti; una vicenda umana e artistica che fu però sorretta sempre dall’aiuto di numerosi mecenati e dall’affetto di molte ammiratrici, senza dei quali molti capolavori forse non avrebbero mai visto la luce. I primi anni sono assai cupi: prime Opere (Le nozze – Die Hochzeit, 1832; Le fate – Die Feen, 1834; Il divieto d’amare o La novizia di Palermo – Das Liebesverbot oder Die Novize von Palermo, 1834-6), debiti, fughe, anni di povertà a Parigi sino alla prima Opera per davvero wagneriana, Rienzi, l’ultimo dei tribuni (Rienzi der letzte der Tribunen), 1837-1840, che gli valse un successo nella capitale francese e un posto di direttore d’orchestra a Dresda. La tiepida accoglienza del debutto, nella medesima città, dell’Olandese Volante (Der Fliegende Holländer), 1843, e del Tannhäuser poi (1845), condusse però il compositore ad interrogarsi sulle ragioni della sua musica: da questo travaglio sbocciò l’ultimo dei suoi lavori giovanili, il Lohengrin (1845-48). In questo periodo conobbe due personaggi chiave della sua vita: Franz Liszt, e il direttore d’orchestra Hans von Bülow, appassionati entrambi della sua musica. Scoppia intanto in tutt’Europa il 1848, che vede il compositore, in questa fase affascinato dalle teorie socialiste ed anarchiche, sulle barricate insieme a Bakunin. Fuggito dalla Sassonia con il ritorno dell’ordine costituito, ripara in Svizzera, a Zurigo: la Confederazione Elvetica costituirà sempre uno dei ‘porti franchi’ della sua vita errabonda, insieme all’Italia, molto amata, che inizia a visitare nel 1853, ed anche all’amata, ma forse più odiata Parigi, che reagisce assai violentemente alla prima rappresentazione del Tannhäuser (episodio tutt’altro che unico: Wagner lo si amava, come Baudelaire, o lo si detestava: anche da noi, un tempo, un pubblico forse meno educato, ma assai più appassionato di quello presente, talvolta veniva alle mani nel tentativo di dirimerne la vexata quaestio). A questo periodo, risale anche la conoscenza dell’opera del filosofo Schopenhauer, che modifica profondamente le idee radicali della gioventù. Si riparte ancora una volta, ormai cinquantenni, senza sapere bene dove andare, chiedendo aiuti e prestiti ad amici e sostenitori. Le avventure un po’ mortificanti, costellate da spese faraoniche e relativi inseguimenti di creditori, soggiorni in gran hotel lussuosi, e fughe precipitose, terminano finalmente con l’incontro fatale con il giovane sovrano Ludvig, da poco salito al trono di Baviera, che idolatra la sua musica. Grazie al suo appoggio, Wagner riesce finalmente a raggiungere la stabilità economica, a godersi la fama e il successo, e a costruire quel grande sogno che fu – ed è – il Teatro di Bayreuth: il suo teatro, in cui può andare in scena finalmente, senza equivoci e mediazioni, l’Opera d‘arte totale, il Gesamtkunstwerk, o in cui tutte le arti (poesia, pittura, arti drammatiche e musica) raggiungono una superiore sintesi e sono per così dire tutte raccolte nella celebrazione del mistero musicale. E come fu un riformatore dell’Opera, lo fu altrettanto del linguaggio musicale, attraverso l’uso sistematico e sapiente del cromatismo e dell’armonia, nonché dell’uso del cosiddetto Leitmotiv, o Grundtheme, cioè di un tema musicale ricorrente che rappresenta personaggi, o situazioni. Nel 1865 viene rappresentato anche un altro capolavoro, il Tristan und Isolde (Tristano e Isotta), e tre anni più tardi l’unica commedia composta da Wagner: I maestri cantori di Norimberga (Die Meistersinger von Nürnberg), 1845-1867. Sono anche gli anni in cui sposa la figlia di Liszt (che si separa così da von Bülow…), e in cui fa la conoscenza (fatale) con Friedrich Nietsche e in cui porta a termine, a Lucerna, l’immane lavoro della Tetralogia, Meisterwerk della storia della musica. Com’è noto la cosiddetta tetralogia (in realtà L’anello del Nibelungo (Der Ring des Nibelungen) è composta da quattro parti, o giornate: un Prologo, L’oro del Reno (Das Rheingold), 1851-4; La Valchiria (Die Walküre), 1851-6; Sigfrido (Siegfried) 1851-1871; Il crepuscolo degli dei (Götterdämmerung), 1848-1874.

Gli ultimi lo vedono ormai stabilmente a Bayreuth dove può godere una fama immensa alternando viaggi in Italia per ragioni di salute: sarà in Sicilia che terminerà l’ultima sua opera, il Parsifal, composto dal 1877 al 1882, e rappresentato nel 1882, sei mesi prima della morte del compositore.

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