Roma, 1752 – Evesham, 1832

Muzio Clementi

Il “padre del pianoforte”, come recita l’iscrizione sul suo cenotafio di Westminster fra i Grandi del Regno, fu un altro enfant prodige, il cui talento venne notato nel 1766 da un nobile inglese, Sir Peter Beckford, in transito per la città eterna, che lo condusse seco a Steepleton offrendogli la possibilità di approfondire gli studi. Studi messi ben a frutto se, pochi anni più tardi, una sua esibizione pianistica suscitò l’entusiasmo del pubblico e diede inizio a uno dei più grandi concertisti di tutti i tempi, spesso in tournée in tutta Europa. Tanto, che l’imperatore Giuseppe II lo convocò in uno dei più celebri duelli della storia della musica, quello con il giovane Mozart: certame che si concluse storicamente in parità, ma fu vinto moralmente comunque dal Nostro, che ebbe parole di grande stima ed elogio per l’avversario (che ne ebbe invece di poco nobili nei suoi confronti). Oltre ad aver svolto con successo la professione di concertista, direttore, insegnante (il suo maggior allievo fu John Field), costruttore di pianoforti ed editore (pubblicò tutte le opere di Beethoven), Clementi è noto soprattutto per il suo Gradus ad Parnassum, una raccolta di oltre cento studi per il pianoforte che coniugano l’aspetto tecnico-didattico con quello estetico e per un centinaio di sonate per questo strumento (l’ultima delle tre dell’op.50 la Didone abbandonata, e la splendida, in fa diesis minore, op. 26 n. 2, mostrano  una sensibilità ormai romantica). Vissuto a cavallo far due assoluti giganti della musica, Mozart e Beethoven, Clementi non ha ancora conquistato il posto che gli spetta, nonostante la divulgazione di pianisti famosi quali Vladimir Horowitz, Maria Tipo e Pietro Spada. Lasciò anche molte altre composizioni, fra cui diverse Sinfonie. Resta comunque il fatto che il suo apporto decisivo alla musica riguardi proprio il pianoforte di cui si può dire che comprese per primo tutte le possibilità sia armoniche che espressive, nonché le difficoltà tecniche, legate alla meccanica del nuovo strumento: su questa profonda comprensione creò, praticamente ex novo, un nuovo linguaggio, e una nuova tecnica, quelli pianistici, appunto.

Ha del miracoloso come egli da solo abbia intuito i mezzi del nuovo strumento – il fortepiano – e come sia riuscito a comporre indiscutibilmente per esso (nonostante le varie lezioni “per clavicembalo o fortepiano”), e ad “inventare” per sé e per gli altri una tecnica per questo strumento. A differenza di molti altri clavicembalisti-compositori che solo in parte intuirono le possibilità del nuovo strumento – schiera di compositori che va da G. B. Platti a C. P. E. Bach -, il C. ne comprese in pieno sia le possibilità armoniche ed espressive sia le difficoltà tecniche derivanti dal diverso tipo di meccanica e consapevolmente creò il nuovo linguaggio pianistico.

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