Bonn 1770 - Vienna 1827

Ludwig van Beethoven

Introdurre brevemente la figura di Beethoven è compito assai arduo: ci limiteremo a qualche spunto, confidando che il lettore potrà approfondire in sedi più qualificate (esiste una bibliografia sterminata) il significato di questo titano, sia dal punto di vista della storia della musica, che della cultura e dell’umanità in generale. Il ceppo da cui proviene la famiglia Beethoven, di origini fiamminghe, fu di musicisti: enfant prodige, ebbe però un’infanzia assai infelice e povera, sfruttato da un padre brutale, che avrebbe voluto farne un fenomeno da baraccone. Fra i suoi possibili insegnanti, piace ricordare l’ipotesi di Giorgio Taboga (benché non suffragata, ad oggi, dalla storiografia) che sia stato Andrea Luchesi, a quel tempo a Bonn all’apice del suo successo, ad impartirgli un sapere degno delle sue doti. Un incontro fatale per lui fu quello con il Conte Ferdinando von Waldstein, che divenne suo protettore e mecenate, consentendogli, ad esempio di studiare a Vienna con Haydn dal 1792 al 94, ed introducendolo nell’aristocrazia della capitale. Il periodo viennese fu felice per il compositore: apprezzato sia per la sua capacità di improvvisare, che per il suo talento pianistico, raggiunse una certa stabilità finanziaria, che gli consentì di aiutare la sua famiglia a Bonn. Al periodo viennese risalgono anche tre Trii per piano, violino e violoncello, i primi sei Quartetti per archi, il Settimino per archi e fiati, che godette di ampia popolarità all’epoca, la Sonata per pianoforte n. 8 detta Patetica insieme alle prime Sonate per pianoforte, il Concerto per pianoforte e orchestra n.1 e la prima Sinfonia: questi ultimi furono presentati, allo scoccare del nuovo secolo, nell’ambito dell’Accademia Beethoven, vale a dire un concerto da lui stesso organizzato con solo sue opere, indizio dell’importanza che aveva intanto acquisito anche come compositore.

Le sue letture lo conducono intanto, oltre cha ai classici greci, sempre più verso lo Sturm und Drang, a Goethe e Schiller e agli ideali della Rivoluzione francese. Questo raro periodo di serenità si conclude purtroppo con la scoperta dell’incipiente sordità, di cui il compositore scriverà nel celebre “Testamento di Heiligenstadt” (dal nome del sobborgo di Vienna in cui risiedeva), indirizzato ai suoi due fratelli, che fu ritrovato, insieme alla misterioso ‘Lettera per l’amata immortale’, quasi per caso dopo la sua morte. In esso il compositore ‘sfida’ il suo assurdo destino, che lo condanna alla sordità completa, e, quindi, alla fine della sua carriera di pianista, e alla difficoltà crescente nei rapporti umani. Inizia così il cosiddetto Periodo Eroico, denso di capolavori: vedranno infatti la luce la Sonata per violino e pianoforte n.5 detta La Primavera, la Sonata per pianoforte n.14 detta Al Chiaro di Luna, la Seconda Sinfonia e il terzo Concerto per pianoforte. La Terza Sinfonia detta appunto ‘Eroica’, inizialmente dedicata a Bonaparte, avvia il secondo periodo della vita del compositore (1802-1812), detto appunto ‘eroico’. Giudicata troppo lunga dal pubblico all’esordio del 1807, questa celeberrima opera non ebbe un’accoglienza favorevolissima. 

A questo decennio appartengono anche molti altri capolavori: le Sonate per pianoforte: n.21 op.53, dedicata al suo mecenate Waldstein,  la celeberrima n. 23 detta Appassionata (1803), la n. 26 detta les adieux, il Trio detto dell’Arciduca; il Triplo Concerto per pianoforte, violino e violoncello, il Concerto per pianoforte n. 4 e lo splendido n. 5 detto Imperatore, il Concerto per violino e La Quarta e soprattutto la grande Quinta Sinfonia, in cui lo stile eroico raggiunge il suo apice. Contemporaneamente Beethoven lavora anche alla stesura di una altra celeberrima Sinfonia, la Sesta detta Pastorale Sinfonia e la Settima che Wagner definirà come l’apoteosi della danza. Infine, l’esordio del compositore nell’ambito operistico con il Fidelio: l’accoglienza negativa di questo capolavoro segnerà profondamente il compositore che non si dedicò più al genere, a parte alcuni progetti. Col 1812, in cui avvenne il famoso incidente di Teplitz, in sostanza, l’incontro fra i due Grandi, Goethe e Beethoven, che non si compresero: Beethoven rimproverò a Goethe l’essersi inchinato al passaggio di alcuni membri della famiglia imperiale, mentre lui tirò dritto, consapevole che «Principi» lo si è in occasione della nascita; ma «ciò che sono, lo sono per me. Principi ce n’è e ce ne saranno ancora migliaia. Di Beethoven ce n’è soltanto uno» iniziano quelli che i biografi chiamano talvolta gli anni oscuri, contrassegnati da molti avvenimenti drammatici sofferti in solitudine e nella sordità ormai totale, e da scarsa ispirazione. Purtuttavia a questo periodo appartengono le due Sonate per violoncello e la Sonata per pianoforte n.28. L’ultimo decennio (1818-1827) si apre invece con una serie impressionante di capolavori, spesso non compresi dai contemporanei, e da un riavvicinamento al Cristianesimo. Ad esempio, la Missa Solemnis, dallo stesso compositore considerata «la mia migliore opera, il mio più grande lavoro», e ovviamente la Nona Sinfonia: il suo più grande lascito all’umanità e uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi;  ma anche le ultime, grandi Sonate per pianoforte quali la Sonata per piano n. 29 op. 106 detta Hammerklavier e le opere n. 30, 31, 32, le Variazioni su un tema di Diabelli, I cinque ultimi Quartetti per archi (n. 12, 13, 14, 15 e 16) ormai quasi sperimentali, come lo fu la Grande Fuga. Nel 1825 si trasferisce di nuovo a Vienna, dove morirà nell’età dei Grandi: 56 anni. Sarà sepolto al Zentralfriedhof di Vienna circondato dall’affetto di oltre ventimila persone che seguirono le sue esequie. Per l’elenco delle sue opere, e per i giudizi critici, rimandiamo il lettore, come premesso, a sedi più opportune.

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