Geising, 6 aprile 1660 – Lipsia, 5 giugno 1722

Johann Kuhnau

Ramo sicuramente meno noto del fecondo ceppo sassone (che diede i natali a moltissimi grandi musicisti: da Händel a Telemann, da Schumann a Kurt Weill), Johann Kuhnau (1660 – Leipzig 1722) nacque a Geising, a poche decine di chilometri da Dresda, dove ricevette la sua prima formazione musicale, e dove avrebbe fatto in tempo, teoricamente, a conoscere Heinrich Schütz, grande trait-d-union fra due epoche e due mondi musicali (Italia e Germania). Benché contemporaneo, o quasi, dei ben più famosi Buxtehude e Pachelbel, non ne condivise ugualmente la gloria postuma. Kuhnau è infatti oggi per lo più ricordato, fuori dall’ambito specialistico, per aver preceduto Bach in qualità di Kantor alla Thomasschule di Lipsia; per la fama un po’ sinistra di bigottismo musicale (di contro al rivale Telemann, altro compositore ‘togato’); per l’universalismo della sua cultura, che mostra ancora molti lati rinascimentali e che lo vide, oltreché musicista, giurista, matematico, autore satirico, linguista e teorico. Tuttavia il corpus delle opere di Kuhnau, che l’anniversario dei 350 anni appena trascorso ha contribuito a far conoscere, almeno discograficamente, un po’ di più, è molto più importante di quanto i detriti della storia, che vi si sono accumulati, possano indurre a credere. In particolare, la produzione sacra, che si dipana fra i poli apparentemente contraddittori della severa concezione luterana della musica, con la sua grande attenzione al testo, e di un suggestivo lirismo melodico, tipico del Barocco più maturo, è degna di confronto con le ben più note cantate bachiane. Dove però la fama di Kuhnau ha varcato senza troppe difficoltà i secoli è certamente la musica per tastiera, alla quale il compositore dedicò varie raccolte: la Nueue Clavier-Übung, che ispirò Bach nel titolo e anche nell’intento didattico che le contraddistingue, e i Frische Clavier-Früchte del 1696. Tuttavia, come è stato anticipato in apertura di discorso, restano le Biblischen Historien le sue composizioni più famose, nonché uno dei primi, sbalorditivi esempi di musica descrittiva. Benché infatti la musica a programma non sia un’assoluta novità per il tempo (basti pensare a un Froberger, a un Biber, o anche al nostro poco noto Poglietti con il suo Capriccio sopra la ribellione di Ungheria del 1671), occorre tuttavia attendere il 1800 perché si possa per davvero istituire un paragone, quanto ad ampiezza ed importanza, con queste sonate. E se è pur vero che, da un punto di vista tecnico, non le si possano considerare musica a programma strictu senso, in quanto la struttura musicale resta comunque autonoma e l’elemento extramusicale, che vi si innesta, non incide mai in modo determinante sulla forma, l’ibridazione contribuisce sine dubio alla bellezza di questo singolarissimo unicum. Dal punto di vista formale, si tratta in buona sostanza di sei commenti musicali a sei narrazioni bibliche, a loro volta ulteriormente suddivise in episodi, che spesso contengono scene vivaci e drammatiche. Scritte indifferentemente per tastiera sacra (organo) o profana (clavicembalo), quest’ultima, suggerita dallo stesso compositore, meglio si presta a descrivere il vivace mondo sonoro degli episodi biblici.

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