Intervista a Bruno Belli su Andrea Luchesi

Classicaonline pubblica l’intervista a Bruno Belli sulle “Sinfonie avanti l’Opera” di Luchesi.

“La Concerto, casa discografica di Milano dedita alle pubblicazioni di cd nelle quali il compositore o l’interprete siano artisti italiani, mette sul mercato in questi giorni il 4° cd dedicato al piccolo “Progetto Luchesi”.

Si tratta del disco Andrea Luchesi: Sinfonie avanti l’opera, interpretate dall’Orchestra da camera Ferruccio Busoni, diretta dal maestro Massimo Belli, compagine triestina che, proprio quest’anno compie i 50 anni di vita.

Al Progetto Luchesi collabora, per la parte storica, Bruno Belli che i lettori di Classicaonline ben conoscono, giacché cura la rubrica “Dal Nostro inviato” dal 2002, presentando cd, libri o recensendo spettacoli.

Belli è coinvolto in queste pubblicazioni che raggiungono l’intera Europa, gli Stati Uniti, la Cina ed il Giappone, come si accennava sia per la trattazione storica, sia per l’analisi delle composizioni incise ed è, ovviamente, in contatto con gli artisti che operano nel progetto, dovuto alla lungimiranza di Andrea Panzuti di “MusicMedia” che è l’editore della Concerto.

Per ConcertoBruno Belli ha lavorato, ad esempio, accanto a Roberto Plano, nel 2013, quando il celebre pianista varesino incise i due concerti per pianoforte di Luchesi e scoprì la destinazione di una cadenza di Mozart della quale non si sapeva, fino a quel momento, la precisa destinazione per la quale era stata pensata.

Abbiamo così, pensato, di approfondire con lui alcuni aspetti legati non solo alla presente pubblicazione, ma anche al progetto in corso.

Come nasce il tuo rapporto con Luchesi?

Spesso avvengono fatti in modo del tutto imprevedibile.

Conoscevo Luchesi grazie alla famosa polemica che sorse quando il compianto Giorgio Taboga, con cui ho mantenuto un proficuo rapporto epistolare (conservo ancora le mail con indicazioni ed opinioni nel merito), “riscoprì” il compositore nativo di Motta di Livenza. S’imbatté, infatti, in numerosi punti di contatto tra questi e Mozart, arrivando anche ad ipotizzare (e, in qualche caso a dimostrare) che alcune composizioni del “divino fanciullo” in realtà siano opera del Maestro italiano. Quindi, mi posi allo studio degli stessi scritti di Taboga e portai alcuni interventi su Luchesi a Varese, grazie all’amico Emiliano Ciprietti, cui, tra l’altro, sono dedicate le note del cd precedente, ed al maestro Davide Rizzo che, con la sua orchestra “Andrea Luchesi”, nata a Tradate, ed ora sciolta, presentò in “prima moderna mondiale”, il Miserere, uno dei capolavori assoluti del compositore.

Torniamo un attimo al rapporto Mozart e Luchesi

Mozart conosceva molto bene Luchesi che, prima di essere preso in servizio per la Cappella del principe elettore di Bonn, dove operò lo stesso nonno di Beethoven che quindi ebbe, tra i maestri Luchesi, a Venezia, nel 1771, donò la copia del suo Concerto in fa maggiore al giovane genio.

Mozart eseguì questa pagina più volte nei suoi concerti e la consigliava alla sorella Nannerl per farla suonare alle contesse Lodron, in una lettera del 1778.

La cadenza che ha trovato Roberto Plano, la cui attribuzione il Mozarteum di Salisburgo non aveva ancora indicato, fu evidentemente scritta da Amadeus per ornare la pagina che gli era stata donata. I rapporti con Mozart, ad ogni modo, sono provati da numerosi aspetti storici che, in questa sede, non motivo, e ci sono anche veri e propri “echi” luchesiani (per non dire “citazioni letterali”) nelle pagine del Salisburghese.

Che significato ha l’avere identificato con certezza una cadenza mozartiana?

Profondo. Significa aggiungere un nuovo elemento alla conoscenza non solo di Mozart, ma dell’intero secondo Settecento musicale. In un’epoca in cui gli artisti scrivevano anche per soccorrere gli amici oberati dal lavoro, in anni nei quali non era nemmeno nato il concetto di “diritto d’autore” che, in Italia, ad esempio, si farà strada soltanto nel secondo Ottocento, è facile rinvenire “prestiti”, somiglianze, “citazioni”. Ma, nel nostro caso, innanzi tutto, assieme a Roberto, firmando con i nostri nomi l’identificazione certa, ci poniamo in faccia al più celebre e blasonato luogo di studio e di conservazione dell’opera di Mozart, indicando il prossimo aggiornamento del catalogo, laddove, fino ad oggi, c’è scritto “cadenza per un concerto non identificato” che diverrà “cadenza per il Concerto in fa maggiore del 1771 di Andrea Luchesi”. Un tassello che concorre ad indicare il reale peso che ebbero gli artisti italiani nell’Impero Asburgico. La cultura letteraria e musicale austriaca ha un elevato debito nei confronti della cultura italiana. Ricordo, ad esempio, che Maria Teresa scriveva e parlava correntemente italiano e francese, amava la nostra lingua non solo come mezzo espressivo dell’opera, ma quale fondamento dell’educazione, al punto di farla studiare ai suoi figli che ebbero per maestro niente meno che il Metastasio.

Quale ruolo hai tu in questa diffusione di Luchesi?

Mi definisco un semplice compilatore di notizie storiche, ma, in realtà, per essere sinceri, significa studio delle fonti, analisi delle partiture e lettura al tavolino delle stesse.

Poi, bisogna avere i rapporti anche con gli interpreti, soprattutto per seguirne e comprenderne le linee interpretative e, quindi, allestire la guida di modo che il lettore possa facilmente seguire l’esecuzione. Questo è avvenuto, ovviamente, anche con il maestro Massimo Belli (il caso ha voluto lo stesso cognome tra il direttore dell’orchestra e lo storico della musica, ma non siamo parenti).

Spero di essere riuscito, pertanto, a fare in modo che le note siano in simbiosi con l’esecuzione, cosicché il lettore ed ascoltatore sia completamente informato sugli aspetti storici e su quelli musicali.

La redazione della Concerto, poi, ha voluto persino pubblicare le date tra le quali ho steso gli elaborati ed il luogo dove sono state scritte: e lì c’è “Varese”…che leggeranno tanto a New York come a Pechino, diffusione tramite la storia e la musica, così come è stato già fatto con il libro che dedicai al vecchio Teatro Sociale della mia città.

L’impegno continua? Come?

Sì, già quest’anno Massimo Belli affronterà in concerto Luchesi prima di portarlo in studio di registrazione, secondo la consuetudine con cui opera. Saranno scelti alcuni lavori di musica sacra di pregio.

Da parte mia, poi, cercherò di coinvolgere nuovamente Roberto Plano per l’incisione delle Sonate per violino e pianoforte Op. 1 di Luchesi, assieme ad un violinista che si mostri interessato. Roberto registrò per Amadeus nel 2013 le stesse sonate, allora, però, senza l’accompagnamento dello strumento ad arco.

In tal modo, con quanto già inciso fino ad ora, una volta inserite le sonate, con alcuni lavori di musica sacra la Concerto avrà in catalogo quasi tutte le composizioni sicuramente certe di Luchesi con la trattazione delle stesse, eccezione fatta per le opere teatrali che, ovviamente, comportano un ben più gravoso dispendio economico e di energie.”

R.C.O.

2 commenti a “Intervista a Bruno Belli su Andrea Luchesi”

  1. Giorgio Giorgi Rispondi

    Ho letto l’intervista a Bruno Belli. Al riguardo osservo quanto segue:

    “Quando Luchesi, come Maestro di cappella privato, giunge a Bonn nell’ottobre del 1773 …”
    La data corretta è l’ultimo trimestre del 1771, “Maestro di cappella privato”? Non esiste alcun documento, né esiste alcun elemento circostanziale a sostegno di tale affermazione. Le ragioni e le circostanze dell’arrivo di Luchesi a Bonn sono testimoniate da Christian Gottlob Neefe e non vi alcun motivo per porle in discussione. Il ruolo di “maestro di cappella privato” è una delle numerose invenzioni ex post di Giorgio Taboga, invenzioni funzionali alla ricostruzione paraletteraria delle biografia del Mottense.

    “… grazie ai rapporti che erano intercorsi tra il Nostro ed il conte Giacomo Durazzo …”
    Un’altra invenzione di Giorgio Taboga. Non vi è alcuna testimonianza documentale al riguardo. Negli scritti di Taboga, il Conte Durazzo rappresenta una sorta di God of the gaps. Viene citato ogniqualvolta vi è bisogno di individuare un “collegamento” fra Venezia e Vienna, senza però mai mostrare documenti di sorta.

    “Il contratto triennale per risanare la Cappella di corte (1) …”
    Un’altra invenzione di Giorgio Taboga. Il contratto lo immagina lui, o come scrisse a suo tempo: lo “deduce” dalla circostanze. Dell’attività di Luchesi nel triennio 1771-1774, non v’è nulla che possa essere ricondotto al ruolo formale di “risanatore” della Cappella di corte né esistono documenti al riguardo.

    “La notizia che, sulla base delle fonti, riporta per primo Giorgio Taboga (2) …”
    In alcun modo la fonte citata da Taboga – il Notatorio del Gradenigo – indica che esistesse “un contratto triennale per risanare la Cappella di corte”.

    “Dopo gli studi con Cocchi, Paolucci e Saratelli, Luchesi si era dapprima perfezionato con … [e] quindi, proprio con Padre Vallotti …”
    Luchesi ebbe solo sporadici contatti con Vallotti (probabilmente un solo incontro di persona, che fu brevissimo; assente qualsiasi corrispondenza su temi musicali). Luchesi non fu mai “allievo” di Vallotti. La corrispondenza con Riccati testimonia che solo a partire grosso modo dal 1764, Luchesi studiò alcuni esempi delle teorie vallottiane (che gli furono inviati da Riccati).

    “Luchesi aveva quindi diretta e perfetta conoscenza delle teorie di Vallotti: la sua musica, secondo le testimonianze più tarde di Alexandre-Etienne Choron e di Françoise Joseph-Marie Fayolle, noti critici musicali e didatti francesi, possedeva una “purezza straordinaria” che aveva già riconosciuto Benjamin de la Borde (4), il quale, tra l’altro, poneva l’attenzione sulla concertazione concisa, le idee sempre nuove e la grazia particolare dello stile …”
    Non sequitur, fra i giudizi dei tre personaggi citati e la frase di apertura. In particolare, per quanto riguarda il pluricitato “articolo” di Jean-Benjamin de la Borde (cavallo di battaglia di ogni “taboghiano” militante), si tratta di una lettura del tutto decontestualizzata. In breve, de la Borde, afferma, né più né meno questo: “è un buon armonista per essere un italiano” ovvero le sue “sinfonie” erano apprezzate perché “non troppo italiane”. E’ necessario ricordare a Belli che lo “stile” musicale italiano all’epoca non incontrava più il gusto dell’aristocrazia tedesca?

    “Come Kapellmeister Luchesi aveva il compito di istruire gli allievi, di allestire gli eventi musicali inerenti alle festività sacre ed agli appuntamenti mondani, producendo musiche in prima persona ed eseguendo quella di compositori coevi: in tal modo arricchiva così l’archivio personale che, purtroppo, andò disperso (5).
    Pura affabulazione paraletteraria. A partire dal 1774, il teatro di corte fu chiuso e il ruolo di Luchesi fu ridimensionato e ridimensionato lo fu ancor di più a partire dalla creazione, nel 1778, del “teatro nazionale tedesco” (Grossmann/Neefe) e dall’introduzione della c. d. “doppia direzione” (quella della musica strumentale fu affidata a Mattioli, almeno fino al rientro in Italia di costui, nel 1784).

    “Tra l’altro, la produzione sacra destinata alla Cappella di corte, per contratto, doveva restare anonima, mentre quella strumentale cominciò a circolare sotto altri nomi (6).”
    Un’altra incredibile invenzione di Giorgio Taboga. In entrambi i casi. Si legga poi la nota (6):

    Taboga, cit. profila l’ipotesi che alcune composizioni circolassero sotto il nome del cognato di Luchesi, Ferdinand d’Anthoin. Nonostante che alcune guide elenchino qualche composizione a suo nome, non ne è sopravvissuta alcuna: allo stato attuale degli atti, in mancanza di lettere o contratti in proposito pertanto, non possiamo identificare per certo questo dato.”
    Mi chiedo se Belli intenda prendersi gioco del lettore. Non credo possa esserci altro modo per descrivere il suo argomentare. Nel testo racconta una cosa che nella nota viene immediatamente negata. Nel testo si vende un oggetto mentre nella nota si afferma che lo stesso deve essere ancora prodotto e che si ignora come e quando la produzione verrà avviata. E si noti quel: “non possiamo identificare per certo questo dato”. Non è che non si possa identificare per certo quel “dato” (che in realtà è una ipotesi fantastica) … la verità è che non si può identificare, tout court.

    “Il fatto non deve sorprendere, perché le composizioni antecedenti al 1773 non erano di pertinenza dei termini del contratto di cui abbiamo parlato, quindi, Luchesi poteva mantenere la paternità “pubblica” sotto tutti gli effetti (7).
    Non esiste alcun contratto. Inoltre (si veda la nota 7), sarebbe interessante che Belli indicasse i luoghi in cui Valder-Knechtges avrebbe parlato di “termini di contratto”, di “paternità pubblica a tutti gli effetti”, di “paternità privata” eccetera.

    “Il Kyrie in re minore fu portato a Dresda, in copia da Naumann (fatto accertato grazie al formato ridotto, “da viaggio”, della carta utilizzata) che partì da Venezia nel 1768.”
    Il ms. del Kyrie di Dresda è scritto su carta formato 23×31,5 (Querformat). Il formato “da viaggio” (Kleinformat) era più piccolo. P. es: 17×22.

    “Secondo Claudia Valder-Knechtges esso farebbe parte di una Messa di Luchesi che Naumann stesso avrebbe poi riunito di nuovo con pezzi di altri autori (8).”
    E dove Valder-Knechtges avrebbe lo scritto? Ma al riguardo, si veda qui sotto:

    “8) Reca testimonianza in tal senso Charles Burney nel Diario di viaggio in Italia (I, 219) dove racconta come alcune pagine di Luchesi e di Monza fossero state utilizzate per una nuova messa compilata dal Maestro Soffi di Lucca per una monacazione a Portico.”
    Il riferimento al luogo di Burney non è riscontrabile nell’edizione EDT (1979) del Viaggio Musicale in Italia. A pagina 204 di questa edizione si parla di Soffi (unico autore di una Messa il cui “tempo” fu battuto da tal Veroli) e di Monza (autore di un “incantevole” mottetto). Luchesi che fine ha fatto? E infatti, dopo un rapido controllo ecco cosa salta fuori: “At 9 went to the Convent del Portico about a mile from Florence, via Romana, to hear a very solemn mass for the last consecration of 8 nuns. It cost more than 300 zechins. The music of the mass was composed by Signor Soffi, Luchese. There was a trio in the 1st part of it for Manzoli, Verole, and the 2nd maestro del annunciata – Verole beat time, the composer not being …”.
    Per Belli, che fa proprie senza alcun beneficio di verifica le fantasie taboghiane, “Luchese” (in inglese i nomi “gegrafici” sono maiuscoli), non sta a significare che il Signor Soffi era originario di Lucca, ma che oltre a lui, autore della Messa fu Andrea Luchesi.

    “Non sappiamo con certezza (…) se Ludwig van Beethoven, oltre alle lezioni di Neefe, che collaborava con Luchesi a Bonn, le ebbe anche direttamente dal maestro italiano, ma è certo che, ora che studiamo e conosciamo meglio la musica del Trevigiano, la produzione giovanile del Grande Titano autore del “Fidelio” e delle granitiche sinfonie, ha una derivazione chiara dallo stile luchesiano.
    A parte notare la passione del Belli per gli aggettivi roccioso-lapidei (granitiche sinfonie, contrappunto granitico eccetera), siamo ancora in attesa di leggere di questa “derivazione chiara”. Per ora sembra stare solo nella testa di Bruno Belli. E per piacere, che al riguardo non si citi la Valder-Knechtges, perché argomenta in modo completamente diverso.

    “Basti pensare che è ancora in discussione la paternità dei piacevolissimi Quartetti con pianoforte WOo 36, attribuiti un tempo a Beethoven, che sappiamo, grazie a Ferdinando Ries, non essere suoi, pagine che alcuni propenderebbero dichiarare proprio opera di Luchesi”.
    La paternità di WoO 36 non è in discussione. Ma Belli è ancora a Ferdinand Ries. Di WoO36 esiste il manoscritto autografo di Beethoven ed esistono studi che ne contestualizzano la cifra stilistica. Nulla a che vedere con Luchesi.
    Poi conosciamo le contorsioni taboghiane per far credere alle menti deboli che WoO36 siano di Luchesi, contorsioni a cui neppure il vecchio burlone Luigi Della Croce, ritengo, abbia mai creduto.

    In sintesi: risulta incomprensibile che cosa possa aver spinto Concerto Classics a compromettere in modo così grottesco un lavoro di “scoperta” musicale che nella sua realizzazione artistica (interpreti) e tecnica (registrazioni), a me pare soddisfacente. Soprattutto dopo le catastrofiche “esperienze” di Tactus. Questa poteva essere un’occasione per presentare “al mondo” – in modo criticamente serio – un altro dei numerosissimi autori di “seconda linea” che però, nel loro insieme – per così dire – rappresentavano parte importante della realtà della vita musicale “quotidiana” dell’epoca (non solo sul piano “artistico” ma anche e forse soprattutto sociologico). Invece, anche in questo caso, come in quello della Tactus, si è ceduto al ripetere storielle pseudo-musicologiche o è stata occasione per pavoneggiarsi, tra il comico e il tragico, di piccole “scoperte” il cui significato “profondo” rimane confinato al varesotto.

  2. Gentile Sig. Giorgi,
    La ringraziamo per il suo intervento che offre l’opportunità di aprire un confronto su una tematica delicata, quale è quella legata ad Andrea Luchesi.
    Concerto Classics si astiene, come si è sempre astenuta, da ogni disputa musicologica. La riscoperta, o meglio riproposizione di Andrea Luchesi rientra invece nelle nostre corde, in quanto compositore degno di essere conosciuto ed ascoltato.
    Bruno Belli è un nostro collaboratore da noi altamente stimato; il suo lavoro di ricerca e stesura delle note di accompagnamento ai CD è sempre stato supportato dalle citazioni delle fonti.
    In ogni caso, il confronto è ben accetto in quanto ha il merito di far incontrare e confrontare esseri umani: scade ogni qual volta travalica le regole di base, ovvero massimo rispetto per le persone, libero esame delle opinioni e delle idee. Temiamo che in questa contro-recensione, che ospitiamo con grande piacere per la sua intelligenza e competenza, questa linea sia stata varcata qua e là e ce ne dispiace.
    Tuttavia la rimettiamo al giudizio dei lettori e di Bruno Belli.

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