Cadegliano-Viconago, in provincia di Varese, 1911 – Monte Carlo, 2007

Gian Carlo Menotti

L’attributo ‘felix’ è un cognomen, o soprannome, che significa al contempo sia fortunato, di successo, che felice. Nella storia umana, tale qualità sembra sia appannaggio di una ristretta minoranza di privilegiati, per i quali la vita scorre come un placido fiume, i cui benefici influssi si spandono, per lo più con generosità, sulla maggioranza dei mortali, chini lungo le sponde. Tra i compositori, questo fu il caso, ad esempio, di Mendelssohn Bartholdy (non a caso Felix), i cui molteplici talenti e successi, sia umani che artistici, conobbero un po’ di turbolenza tutto sommato solo nell’ultimo anno della sua breve, ma ricca esistenza. Senza dubbio alcuno, le stesse qualità – fortuna, successo e felicità – arrisero, moltiplicate, anche a Gian Carlo Menotti, enfant prodige di una famiglia decisamente wealthy grazie all’attività di import-export di caffè con la Colombia del padre Alfonso: ma retta dalla figura dominante della madre (Ines Pellini), pianista dilettante, che indovinò con sicurezza il talento straordinario del sesto dei suoi numerosi figli. Nel caso del piccolo Gian Carlo, infatti, non c’erano solo i doni, che stavano per schiudersi, di una dea della Fortuna evidentemente innamorata del suo protetto: ma anche una facilità melodica e compositiva che fa pensare a Mozart, o, per restare in un’Italia coeva, a Nino Rota, con cui condivide l’anno di nascita e la formazione musicale oltreoceano. A cinque anni, infatti, studia pianoforte; a sette, scrive delle canzoni; a undici ha già composto la sua prima opera, La morte di Pierrot (di cui scrive pure il libretto: caratteristica, questa, di scrivere anche i libretti delle sue opere, che resterà anche negli anni della maturità), e a quattordici la seconda, La Sirenetta (da Andersen). Anche la crisi dell’azienda di famiglia, seguita alla morte del padre, si rivelerà una grande opportunità per il giovane compositore, che, frequentati pochi anni al Conservatorio di Milano, a sedici varca l’oceano insieme alla madre per approdare, in Pennsylvania, al prestigioso Curtis Institute of Music di Philadelphia, dove conseguirà il diploma, with honour (ça va sans dire), nel 1933; e dove viene ammesso grazie all’interessamento di un amico di famiglia decisamente influente: Arturo Toscanini. Con quest’ultimo, Menotti ha sicuramente molti tratti in comune: l’incredibile successo oltreoceano (sicuramente ben maggiore che in patria); il ‘gran rifiuto’ del fascismo; l’attività di management musicale e di didatta; l’internazionalità e l’apertura verso i giovani. Dall’ingresso al Curtis Institute, la vita di Gian Carlo Menotti si può dire sia stata un susseguirsi impressionante di successi: musicali, istituzionali, personali. Iniziamo rapidamente da questi ultimi, per soffermarci poi sui primi, in particolare sui titoli presentati in questa incisione. Una carriera folgorante, quella del compositore naturalizzato americano (che però mai rinunciò alla cittadinanza italiana), e che fu costellata da innumerevoli premi e riconoscimenti provenienti tanto dal mondo dell’arte che delle istituzioni: una lista impressionante, dalla quale ricordiamo due Pulitzer (uno per l’Opera “thriller”: The Consul, di cui diremo, e l’altro per The Saint of Bleeker Street, del ’55, in cui compare in scena la Little Italy della Grande Mela); il Guggenheim; l’American Academy of Arts (1945); The Italian Music Award; The Kennedy Center Honor; il New York Music Critics’ Circle Award; la nomina a Musicista dell’anno (Musician of the Year) da parte del ‘Musical America’s… E le benemerenze continuano: è insignito del Cavalierato di Grancroce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana (1981), nonché della medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte (1992). Ma al di là dei titoli, la figura del compositore è nota da noi soprattutto per esser stato il fondatore, nel 1958, del Festival dei Due Mondi (“l’errore fondamentale della mia via”, come amava ripetere, fra il serio e il faceto, ad ogni nuova edizione): e, quasi vent’anni più tardi, anche della versione americana del festival, lo Spoleto Festival USA a Charleston, e di quella australiana di Melbourne. Il Festival, che condurrà personalmente per mezzo secolo, fra burrasche e polemiche, e che costituì un unicum nell’Italia del boom economico e oltre, intendeva gettare un ponte fra i due continenti, diventando ben presto – in una cornice straordinaria, ma punto valorizzata come la cittadina umbra a quel tempo – una delle manifestazioni artistico-culturali più importanti a livello mondiale. Giungono infatti ogni anno a Spoleto oltre mezzo milione di persone: la kermesse costituisce ogni volta una vetrina, per un pubblico cosmopolita e colto, dello stato dell’arte delle principali forme artistiche (teatro, opera, danza, arti figurative, cinema e ovviamente musica). Non si presentano però solo nuove produzioni, ma anche capolavori ingiustamente dimenticati. Il Festival, com’è noto, esiste ancor oggi: anzi, al momento della stesura di queste note (2014), festeggia la sua 57° edizione. Riguardo alla numerosa produzione di Menotti, si può dire che gli anni ’40 e ’50 costituirono indubbiamente il suo ventennio più fecondo, e l’Opera il genere indubbiamente più frequentato, che contribuì anzi ad innovare fortemente, se non nel linguaggio musicale, sicuramente nella concezione e nella popolarità. Fu proprio al Curtis Institute, ove conobbe fra gli altri Samuel Barber (che divenne il compagno di tutta la sua vita, e di cui scrisse i libretti di due sue opere: Vanessa e A Hand of Bridge), che Menotti compose (musica e libretto) la sua prima Opera: Amelia al ballo, testo in lingua italiana (in Italiano saranno anche The Island God e The Last Savage, tutte le altre sono invece in inglese). Dopo la stesura di un balletto, Sebastian, e del notevole Concerto per pianoforte e orchestra, rispettivamente nel 1944 e ‘45, il compositore torna all’Opera con The Medium e The telephone où l’Amour à trois, opera comica in un solo atto per soprano e baritono, presentata in questo CD. Le opere furono rappresentate insieme al teatro Heckscer di New York nel 1947, e riprese poi a Broadway per molti mesi. Per quanto salutate positivamente dalla critica sin dal debutto, il vero sold out iniziò a partire dal momento in cui, invitato da Menotti che ne lasciò trapelare la notizia alla stampa, Toscanini in persona assistette ad una delle rappresentazioni. La protagonista è una donna del jet set di nome Lucy (soprano) (l’hi-society è ambiente ben noto al compositore, la cui casa newyorkese, soprannominata Capricorn dall’omonimo Concerto dell’amico Barber, e con lui condivisa, nei week end diventava meta di incontri mondani). A Lucy fa visita un amico, Ben (baritono), con lo scopo di chiedere la sua mano prima di partire per un viaggio: ma ogni volta che cerca di avanzare la sua proposta, la sposa non ancora promessa si impegna in una serie interminabile di telefonate; né ha successo il tentativo di Ben, esasperato, di tagliare il filo dell’apparecchio. Tanto che Ben, il cui treno sta ormai per partire, se ne andrà senza essere riuscito a dichiararsi. Niente paura: è un’opera comica, e siamo in un’America ancora assuefatta ai suoi happy ends: lo farà, finalmente con successo, da una cabina telefonica; e i due si uniscono in un romantico duetto alla cornetta. Dalla fine degli anni ’30 all’inizio degli anni ’90, Menotti scrisse circa una trentina di opere. Quella più impegnativa, e di più lunga durata, fu certamente The Consul (Il Console), che debuttò nel 1950, e che gli valse il primo Pulitzer (per ricevere il quale, non desiderando rinunciare alla cittadinanza italiana, si trovò un escamotage grazie al quale divenne cittadino americano per… un giorno), nonché la copertina del Time. Dell’anno seguente è invece l’opera natalizia Amahl and the Night Visitors (Amahl e i Visitatori Notturni), scritta espressamente per la televisione, e uno dei suoi maggiori successi (fu trasmessa dalla NBC per 16 anni e divenne nel ’71 l’opera più rappresentata in assoluto negli Stati Uniti). Il tema dell’infanzia fu particolarmente caro al compositore: lo ritroviamo, sia pur in tono minore, anche nei Poemetti: 12 pezzi pianistici per bambini del 1937, e nella più tarda Lullaby per Alexander sempre per pianoforte (1978). Ma al di là della produzione operistica, che costituì il suo maggior contributo alla musica e alla cultura americana, un altro genere in cui Menotti si cimentò volentieri furono le grandi composizioni sinfoniche e corali (ad esempio: Landscapes and Remembrances del 1976 – scritta per il bicentenario degli Stati Uniti; The death of the bishop of Brindisi, per soli, coro e orchestra (1963); Apocalypse, del ’51, ricca di reminiscenze respighiane; la grande sinfonia The Halcyon, del ‘76 (la prima fu diretta a Filadelfia dalla bacchetta di Eugene Ormandy); e alcuni concerti (il già citato Concerto per pianoforte del 1945; quello per violino del ’52; per cello del ’75; uno per contrabbasso del ’83; un Triplo Concerto del ’70). Anche il repertorio sacro costituisce una voce importante nel catalogo del compositore. Ricordiamo almeno un piccolo gioiello, la Mass commissionata dalla diocesi cattolica di Baltimora: Mass for the Contemporary English Liturgy. Assai più rarefatto invece è il repertorio cameristico, che annovera però un piccolo capolavoro: il Trio per violino, clarinetto e pianoforte (1996). Si tratta certamente di una formazione rara, praticata soprattutto nel secolo scorso (ricordiamo i lavori omonimi di Khaciaturian e di Krenek), rispetto all’analoga, ma più popolare formazione per viola, le cui peculiarità timbriche ispirarono alcuni capolavori del passato come il Kegelstatt Trio di Mozart, o i Märchenbilder di Schumann; e di un’opera tarda, si vorrebbe dire quasi di commiato (Menotti la compose ad oltre 80 anni), se non fosse per la sorprendente freschezza del lavoro, come di chi esplorasse un territorio nuovo con entusiasmo giovanile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *