Lucca, batt. 1687 – Dublino, 1762

Francesco Geminiani

L’approccio musicale di Francesco Saverio Geminiani sbocciò nel segno del violino avviato alla pratica di questo dal padre Giuliano, violinista della Cappella Palatina a Lucca; l’evoluzione della sua formazione ebbe la consacrazione, nei centri evoluti della vita musicale italiana (Milano, Roma, Napoli), ad opera di eccelsi maestri quali Carlo Ambrogio Lonati ed Arcangelo Corelli per il violino ed Alessandro Scarlatti per la composizione. La sua forte personalità violinistica mal si adeguò alla pratica dell’esecuzione d’insieme (era soprannominato ‘furibondo’, secondo Giuseppe Tartini, sia per la natura violinistica, sia per il modo rapsodico e fantastico di dirigere l’orchestra) ed optò per un’esperienza a Londra, al tempo terra di conquista per gli apprezzati musicisti italiani. Il carisma prestigioso acquisito alla scuola di Corelli, estremamente apprezzato in Inghilterra, gli spalancò le porte della nobiltà londinese, che venne esaltata considerando i dedicatari delle sue opere: il conte di Essex, la duchessa di Burlington, la duchessa di Marlborough, la contessa d’Orrery ed il barone Johann Adolf Kielmansegg, ciambellano del Re Giorgio I. Una testimonianza di Sir John Hawkins è illuminante: “Geminiani in breve tempo si pose in evidenza a tal punto per le sue squisite interpretazioni che tutti coloro che attestavano di comprendere ed amare la musica, furono coinvolti ad andarlo ad  ascoltare, e tra i nobili ve ne furono molti che di frequente si sentirono onorati di fargli da mecenati”. E lo stesso riferisce come il monarca “invitò a suonare a corte il virtuoso violinista Francesco Geminiani, il quale accettò di suonare solo se accompagnato al cembalo da Haendel. Al termine gli elogi furono per entrambi, anche se tutti sapevano che solo il ‘Sassone’ avrebbe potuto competere alla pari ed accettare tutte le sue libertà improvvisative”. Ad eccezione di una parentesi parigina, nel 1740 e dal 1749 al 1755, l’Inghilterra e l’Irlanda furono le sue patrie di elezione ove espresse un eclettismo artistico multiforme in veste di compositore strumentale, di teorico, di virtuoso di violino, di direttore d’orchestra, di didatta e di direttore artistico. Condivise con Pietro Locatelli, con Francesco Maria Veracini e con Giuseppe Tartini la blasonata scuola italiana del violino impostasi in Europa per l’estroso virtuosismo e per le inedite e geniali innovazioni tecniche, prodomi dello stile interpretativo romantico.

Se la memoria storica ci ha consegnato l’immagine di un Geminiani virtuoso inarrivabile, non altrettanto è verificabile l’atteggiamento compositivo. Il giudizio critico al riguardo assume varie sfaccettature, non esenti da personalismi interpretativi linguistico-musicali: “grande maestro dell’armonia, ma autore di concerti elaborati, difficili e fantasiosi” (Charles Burney), “grande innovatore ed imitatore” (David Dodge Boyden), “compositore estremamente severo e preciso” (Ernst Ludwig Gerber), “espressione di uno stile vivo e moderno a fronte di quello di Corelli” (Hugo Riemann, Alfred Einstein).

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