Nelahozeves, Praga, 1841 – Praga, 1904

Antonín Dvořák

La vita di Dvořák, uno dei massimi compositori cechi insieme a Smetana, trascorse per lo più nella sua città natale, Praga, con due importanti parentesi: una in Inghilterra e una negli Stati Uniti; e un altrettanto importante amicizia, quella di Johannes Brahms, che lo aiuterà a divulgare la sua musica in Europa (i cicli delle Danze Slave sono composte sul modello delle Danze Ungheresi del compositore di Amburgo). Nel Regno Unito si reca per la prima volta nel 1884, dove dirigerà il suo Stabat Mater op. 58 ed il Requiem op 89, nonché la Settima e l’Ottava Sinfonia, oltre ad alcuni importanti lavori per alcune società corali britanniche. Poco meno di un decennio più tardi, assumerà invece la direzione del Conservatorio di New York. Qui incontrerà Henry ‘Harry’ Burleigh, cantante, compositore e arrangiatore di colore, che lo introdurrà al mondo degli spirituals e da cui apprenderà la scala pentatonica, che utilizzerà poi nella Nona Sinfonia, detta Dal nuovo mondo, una delle sue più celebri composizioni, e forse una delle composizioni più celebri dell’intero repertorio classico, insieme al quartetto op. 96 (detto Americano) e al quintetto d’archi dell’op. 97.

Il primo movimento della Nona Sinfonia è ispirato a un noto spiritual Swing Low Sweet Chariot, il cui tema torna come leitmotiv dell’intera opera, insieme ad alcuni temi, riscritti, dei nativi americani per i quali il compositore boemo sentiva una grande curiosità. Sempre in America, ispirato dall’esecuzione di un concerto per violoncello e orchestra, scrisse a sua volta il Concerto per violoncello in si minore (1895), che diverrà ben presto uno dei concerti più famosi per questo strumento e che pure contiene interessanti ‘elementi americani’. La cifra stilistica del compositore si situa fra la tradizione impersonata dall’amico Brahms, e l’innovazione wagneriana (che si fa sensibile specie nei poemi sinfonici), rimanendo purtuttavia sempre ben ancorata, sia a livello di forma che di ritmo, alla musica popolare ceca. Vasto è il corpus delle composizioni: oltre alle già citate Nove Sinfonie (assai ragguardevole, oltre alla nona, anche la settima), scrisse cinque Poemi Sinfonici (Il folletto delle acque, op. 107; La strega di mezzodì, op. 108; L’Arcolaio d’oro, op. 109; La colomba selvatica, op. 110; Canto d’eroe, op. 111), due Concerti e un Rondò per violoncello e orchestra, uno per pianoforte, uno per violino. Sempre per orchestra ricordiamo le celeberrime due serie delle Danze Slave (op. 46 e 72), una bellissima Serenata per archi op.22. Fra le composizioni sacre, oltre ai già citati Stabat Mater (1876-77), un Oratorio (Santa Ludmilla, 1885-6), una Messa, un Te Deum e un Requiem. Pregevolissima, e ricca, anche la musica da camera, che consta di 14 quartetti per archi (fra cui il celebre Americano dell’op. 96), 3 quintetti per archi, un Sestetto, 4 Trii per violino cello e piano (celebre il Quarto, op. 90, detto Dumky) insieme ad altre composizioni. Vivace anche il repertorio operistico, di cui ricorderemo solo la Rusalka, del 1901.

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